Lei focalizzata sulla vita familiare, lui dedicato al lavoro: i ruoli portano all’assegno divorzile in favore della donna

Decisivo il riferimento al contributo esclusivo fornito dalla moglie alla conduzione della vita familiare in nesso causale con lo sviluppo della posizione lavorativa del marito

Lei focalizzata sulla vita familiare, lui dedicato al lavoro: i ruoli portano all’assegno divorzile in favore della donna

Ruoli ben definiti, durante il matrimonio, all’interno della coppia: lui focalizzato sul lavoro, lei impegnata nella conduzione della vita familiare. Questo quadro è sufficiente, sanciscono i giudici (ordinanza numero 10272 del 20 aprile 2026 della Cassazione) per attribuire alla donna l’assegno divorzile.
In sostanza, ragionando oltre la specifica vicenda, la definizione dei ruoli all’interno della coppia può essere tale da giustificare, di per sé sola, nella fase post coniugale, un adeguato riconoscimento, in funzione perequativo-compensativa, del contributo esclusivo fornito dal coniuge alla conduzione della vita familiare in nesso causale con lo sviluppo della posizione lavorativa dell’altro coniuge.
Tornando allo specifico caso, linea di pensiero comune per i giudici di merito e per i magistrati di Cassazione: alla donna va riconosciuto un assegno divorzile nella stessa cifra, cioè 1.000 euro al mese, determinata in sede di separazione.
Decisivo il quadro relativo alla suddivisione dei ruoli tra l’uomo e la donna: da un lato, è emerso l’impegno profuso dalla donna nella cura della famiglia e nella crescita dei figli, mentre, dall’altro, l’uomo, attesa la scelta della moglie di dedicare maggiori energie alla famiglia piuttosto che al lavoro, ha potuto, a sua volta, dedicarsi con maggior impegno alla propria crescita professionale, che lo ha portato ad un discreto successo lavorativo, riscontrato nella ultima dichiarazione dei redditi prodotta in giudizio, con un reddito imponibile lordo pari a quasi 360mila euro.
Di contro, invece, la donna ha confermato la propria posizione reddituale, con uno stipendio mensile di circa 2mila euro, quale segretaria part-time in uno studio legale milanese.
Evidente, quindi, secondo i giudici, il sacrificio compiuto dalla donna, con due figli piccoli da crescere e comunque un lavoro, sia pur part-time, come detto, da portare avanti.
A completare il quadro, poi, la valutazione dell’età della donna (oltre 55 anni) e delle ridotte prospettive di crescita professionale, non essendo possibile per lei, secondo i giudici, recuperare il sacrificio professionale sopportato. Non a caso, a fronte di una sua richiesta di aumentare a tempo pieno il proprio impegno lavorativo, la donna ha ricevuto una doppia risposta negativa da parte del proprio datore di lavoro.
Tutto ciò a vantaggio, come detto, dell’uomo il quale, proprio perché liberato dagli impegni domestico-familiari, è riuscito a costruire più solide basi professionali e reddituali grazie alle quali si è implementato il patrimonio familiare e quello personale con maggiore solidità economica patrimoniale e reddituale.

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